FULVIO CONTI, direttore generale di Enel: “Se i governi locali e nazionale non appoggiano HidroAysén, non investiremo e faremo un’altra cosa”

Il gigante italiano che controlla Enersis ed Endesa Chile manda un messaggio al governo cileno su HidroAysén: “Se non ci vogliono ce ne andiamo”.
In una intervista con il Wall Street Journal Fulvio Conti, direttore generale di ENEL, dice: “Continueremo ad appoggiare HidroAysén a patto che anche il Governo cileno lo faccia, sia a livello nazionale sia a livello locale”, ma avverte che se questo non succederà “non investiremo più nel progetto e faremo altro”.
L’intervista evidenzia che l’estrazione mineraria in Cile è un mercato interessante ed è “tra i settori che avranno un crescente bisogno di energia elettrica, in un momento in cui il paese potrà anche non raggiungere il suo obiettivo di raddoppiare la capacità installata a 30.000 megawatt nel prossimo decennio”, ma spiega che ci sono diversi grandi progetti, oltre HidroAysén, che sono stati “sospesi o rimandati a causa dell’opposizione di comunità locali e gruppi di  ambientalisti.”
Bisogna ricordare che il progetto è stato sospeso dopo che il socio di Endesa – Enersis, Colbún, richiese al Governo cileno una politica energetica più decisa: la prima delle cinque centrali di HidroAysén, infatti, avrebbe dovuto entrare in operazione entro il 2012.
Nell’intervista, Conti assicura che l’America Latina non è parte del suo piano di vendita di assets.
Enel è l’impresa energetica più indebitata d’Europa, e l’intervista sopra citata mette in risalto il fatto che  l’America Latina avrà un ruolo importante nell’aumento delle sue entrate. Conti afferma che, piuttosto che progettare vendite di assets, cerca di estendere la sua presenza nella regione dell’Aysén.
La nota spiega che l’impresa italiana “ha annunciato l’intenzione di vendere 6.000 milioni di euro in assets e  tagliare la spesa per ridurre il suo debito netto, che a fine 2012 era pari a 42.950 milioni di euro”.
Il Wall Street Journal fa notare che altri giganti del settore, come la statunitense Duke Energy e la tedesca E.ON, hanno strategie simili a quelle di Enel, con lo scopo di beneficiare dell’espansione economica della regione.
Il Cile, la Colombia, il Perù e il Brasile dovrebbero conoscere una crescita compresa tra il 4% e il 6 % nel 2013,  secondo le stime della Commissione Economica per l’America Latina e il Caribe (CEPAL).
L’articolo ricorda che Enersis, filiale cilena di Enel, userà parte dei proventi dello storico e contestato aumento di capitale – 6.000 milioni di dollari nel solo mese di marzo 2013 – per fusioni e acquisizioni in America Latina.
Enel ha dato i suoi assets latinoamericani per l’operazione, di modo che Enersis resta l’unico mezzo di investimento di Enel per la produzione e la distribuzione di elettricità, con l’eccezione dei beni appartenenti alle energie rinnovabili di Enel Green Power.

Traduzione dell’articolo: Fulvio Conti, CEO de Enel: “Si gobiernos locales y nacional no apoyan HidroAysén, no invertiremos y haremos otra cosa”


L’acqua alla fine del mondo

Seguite il blog di Massimo, attivista  della rete StopEnel e del Coordinamento Romano Acqua Pubblica.

PROGETTO HIDROAYSÈN: IL CILE HA UN PROBLEMA

[di Caterina Amicucci] – pubblicato su Il Manifesto del 21/03/13

Quando soffia il vento del cambiamento alcuni costruiscono muri, altri mulini a vento”. Così il vescovo dell’Aisèn Luis Infanti de la Mora si è rivolto alla Commissione di ministri chiamata a   esprimersi sulla fondatezza dei 35 ricorsi presentati contro l’approvazione della valutazione di impatto ambientale del controverso progetto Hidroaysèn, nella Patagonia cilena.

La lunga e intensa lettera del vescovo di origini italiane, da sempre in prima linea contro la costruzione delle cinque dighe targate Enel in uno dei luoghi più incontaminati del pianeta, ha suscitato l’ira degli sparuti supporter del progetto a livello locale, i quali hanno acquistato diverse pagine dei quotidiani della regione per replicare pubblicamente al prelato.

L’accusa è quella di non rappresentare il pensiero della comunità e di non averla consultata prima di consegnare la missiva ai destinatari. Un rimprovero a prima vista anomalo, considerando che la maggioranza della popolazione cilena si dichiara contraria al progetto. Ma l’iniziativa suona meno bizzarra se si legge con attenzione l’elenco delle settanta firme apposte in calce alla breve requisitoria. Vi compaiono ex dipendenti dell’impresa, ex politici locali, beneficiari dei cosiddetti programmi di “responsabilità sociale d’impresa” e, a detta di alcuni attivisti, persone che non sono state neanche informate dell’iniziativa e che si sono scoperti sostenitori della polemica aprendo il giornale.

Il riferimento contenuto nelle parole di Infanti è duplice: da un lato l’invito a considerare un modello energetico innovativo e sostenibile, dall’altro un richiamo al movimento sociale “Mi problema es tu problema” che esattamente un anno fa ha paralizzato per settimane l’intera regione, avanzando una serie di richieste al governo Pinera. Tra queste dei referendum regionali vincolanti per tutti i mega progetti idroelettrici, industriali e minerari che interessano l’area. A distanza di un anno, della mobilitazione  resta abbastanza poco.

Il governo è stato molto abile a dividere il movimento più ampio ed eterogeneo che la regione ricordi nella sua giovane storia. Le elezioni imminenti hanno offerto una buona occasione per “cooptare” alcuni dei principali leader e molto poco è stato portato a casa: un po’ di assistenzialismo in più, ma nessuna rilevante riforma strutturale. Assistenzialismo governativo da cui l’Aysèn è altamente dipendente, grazie al suo statuto di regione “estrema” e che l’esecutivo, invece di adottare un nuovo modello di sviluppo, vorrebbe scaricare sulle imprese promuovendo una serie di mega progetti che devasteranno un’area dal grande pregio naturalistico. Tuttavia la riunione dei ministri è già stata posticipata due volte.

La scadenza elettorale è un forte deterrente per un governo che registra un consenso ai minimi storici. Per entrambi gli schieramenti in lizza è altamente rischioso posizionarsi chiaramente su un progetto così impopolare che, vale la pena ricordare, al momento del primo via libera ufficiale nel 2011 ha scatenato una serie di proteste in tutto il paese, poi confluite nel movimento studentesco. Il governo però deve anche fare i conti con una serrata pressione delle imprese coinvolte.  Il consorzio Hidroaysèn ha cominciato a mostrare segni di nervosismo, minacciando di impugnare il silenzio assenso se un parere politico non arriverà presto.

La Colbun, il socio cileno di minoranza che detiene il 49 per cento del consorzio Hidroaysèn, è di proprietà dei Matte, una delle tre famiglie che a prescindere dal colore politico dei governi, da sempre si spartiscono la quasi totalità della ricchezza cilena. L’estate scorsa aveva già imposto un primo aut aut, dichiarando che “in assenza di una politica energetica nazionale di larghe intese, non ci sono le condizioni per sviluppare progetti di tale scala e complessità”.

I padroni chiamano, il governo risponde e dietro una situazione di stallo solo apparente l’esecutivo di Pinera ha messo in cantiere due leggi finalizzare a semplificare le procedure e a spianare la strada al più grande progetto idroelettrico dell’America Latina. La prima riguarda la cosiddetta “Carrettera Elettrica” (Autostrada elettrica) che dovrebbe attraversare da nord a sud l’intero paese. Esattamente quello che serve a HidroAysèn.

Il progetto prevede infatti una linea di trasmissione di duemila chilometri per trasferire l’elettricità dalla Patagonia alle miniere del nord. Oltre a rappresentare la metà dell’enorme costo dell’intera opera, stimato oggi in 11 milioni di dollari, la linea di trasmissione dovrebbe passare per 9 regioni, 66 comuni, 4 parchi nazionali e vari territori dove vivono comunità indigene Mapuche. Una missione impossibile per l’impresa, che non è ancora riuscita a delineare con certezza nemmeno il piano di reinsediamento delle quattordici famiglie che saranno costrette ad abbandonare le loro terre per far posto al bacino della diga Baker due. L’intervento dello stato toglierebbe le castagne dal fuoco all’azienda, che in attesa di sviluppi favorevoli non ha ancora presentato lo studio di impatto ambientale della linea elettrica.

L’altra legge è relativa alle concessioni elettriche ed è mirata a promuovere il cosiddetto approccia “Fast Track”, che in soldoni altro non significa se non abbassare tutti gli standard ambientali e sociali semplificando al massimo l’iter preliminare dei progetti. L’attuale esecutivo avrà il tempo di far passare  queste nuove leggi? E come si comporterà il nuovo governo, che probabilmente sarà guidato per la seconda volta da Michelle Bachelet?

Intanto in Patagonia, dove per il momento i fiumi Baker e Pascua continuano a scorrere liberamente in uno scenario naturale mozzafiato, i comitati locali che resistono al progetto crescono, si rafforzano e continuano a fare i conti con forme diverse di inquinamento democratico. Nell’ultimo anno l’impresa sembra aver allentato la sua attività mirata a garantirsi il consenso o il silenzio della popolazione locale. I bandi per finanziare progetti individuali e collettivi sono stati aperti, ma non finanziati. Il personale dell’ufficio di Cochrane è stato ridotto.

Ma anche in tempi di vacche magre non mancano gli strumenti per garantire consenso al progetto. Villa O’Higgins è la cittadina più remota della Patagonia cilena. Situata sull’omonimo lago, dove sfocia il fiume Pascua e alla fine della strada Carrettera Austral giunta qui appena tredici anni fa, fu fondata per presidiare la contesa frontiera con l’Argentina. Nonostante ospiti una comunità di appena cinquecento abitanti, inclusi i neonati, gli iscritti nelle liste elettorali risultano essere più di settecento. Non si tratta però di un fenomeno migratorio, bensì di un bizzarro, quanto sospettoso, aspetto della legge elettorale cilena, secondo la quale è possibile registrarsi e votare in un qualunque luogo diverso da quello di residenza. Con questo trucco è molto facile alterare il voto di piccole comunità che in alcune circostanze possono rivestire un’importanza strategica.

Secondo l’Agrupacion “Rio Pascua”, sono molto pochi gli abitanti di Villa O’Higgins che hanno votato per l’attuale sindaco, Roberto Recabal, acceso sostenitore delle dighe patagoniche al punto di spegnere le frequenza di Radio Madipro, emittente locale afferenti al circuito  della progressista Radio Santa Maria legata alla diocesi e alle posizioni del vescovo.

Ma gli attivisti non si sono scoraggiati e hanno preso direttamente in gestione la radio. Non solo, alle ultime elezioni comunali sono riusciti ad eleggere – in questo caso con tutti voti di residenti -  Lorena Molina, attivista processata  e scagionata aver occupato pacificamente la pista dell’aeroporto durante le sollevazioni dell’Aysèn dello scorso anno. Il gruppo si è infatti reso protagonista di un’azione clamorosa, bloccando l’aereo privato di Alejander Luksic, una delle tre famiglie già menzionate, che nell’area ha comprato 37 mila ettari ufficialmente per “preservare la natura”. Nessuno è disposto a crederci.

Anche quest’anno i comitati locali della Patagonia si sono dati appuntamento sul fiume Baker per celebrare la giornata mondiale di resistenza contro le grandi dighe, celebratasi lo scorso 14 marzo. Il lavoro continua in stretta collaborazione con la rete StopEnel (stopenel.noblogs.org) che il prossimo 29 aprile realizzerà la sua seconda assemblea internazionale dopo quella dell’aprile del 2012.

DIARIO DALLA PATAGONIA 2 – VILLA O’ HIGGINS

DIARIO DALLA PATAGONIA 2 – VILLA O’ HIGGINS

[di Caterina Amicucci]

Villa O’ Higgins è un piccolo paese di 500 abitanti alla fine della Carrettera Austral. Sebbene il Cile continui più a sud nella regione dello stretto di Magellano, la barriera naturale del massiccio di Torres del Paines interrompe la continuità territoriale. Si può aggirare via mare, con l’aereo o percorrendo un’impervia via che scavalca montagne, laghi e fiumi. Una meta molto popolare fra i pochi turisti, soprattutto ciclisti, che lì si incontrano durante la stagione estiva.

Nonostante l’isolamento, questo piccolo centro concepito come bastione di confine con l’Argentina ha visto negli ultimi anni la nascita di un eclettico gruppo di attivisti. L’associazione “Rio Pascua” rappresenta il “distaccamento” locale della campagna cilena “Patagonia senza dighe”, gestisce una radio e organizza numerose attività di informazione e sensibilizzazione della popolazione locale.

Sul fiume Pascua dovrebbero infatti sorgere due delle cinque dighe previste nel progetto HydroAisèn. Si tratta di un fiume ancora oggi quasi inaccessibile, lungo il quale si trovano alcuni dei pochissimi boschi primari sopravvissuti agli incendi del secolo scorso appiccati con il benestare del governo per convertire l’intero territorio dell’Aisèn in pascolo.

In questi giorni anche in questo ultimo lembo di terra si parla molto dell’anniversario del movimento sociale “Mi problema es tu problema” che lo scorso anno ha paralizzato l’intera regione avanzando richieste molto concrete al governo. Proprio a Villa O’Higgins gli attivisti sono saliti alle cronache per aver bloccato l’aereo privato di Alejandro Luksic, esponente di una delle tre famiglie che si dividono la quasi totalità della ricchezza del paese.

Gli attivisti hanno occupato per ore la piccola pista aeroportuale con auto e camionette. Luksic in questo territorio ha comprato 37 mila ettari di terra, parte della quale dallo stato. Una superficie equivalente a quasi un terzo dell’intero territorio comunale. La motivazione ufficiale è quella della conservazione ambientale ma nessuno da queste parti è disposto a crederci, visto che non si tratta di un’associazione filantropica, ma di uno dei principali gruppi industriali del paese molto attivo nel settore minerario. Tuttavia il piccolo gruppo di attivisti di questo estremo angolo del mondo è determinato a preservare il proprio territorio. Anche alla fine della Carrettera Austral “sarà dura”.

La Campagna Italiana in visita in Patagonia

DIARIO DALLA PATAGONIA 1 – COCHRANE

[di Caterina Amicucci]

Los Nadis è una piccola comunità, composta da otto famiglie, che vive lungo il fiume Baker, in una valle ai piedi di uno dei ghiacciai più grandi del mondo, il Campo di Hielo Norte. Un luogo isolato, a ben due ore dalla cittadina di Cochrane, situato nella Patagonia cilena settentrionale. Lì l’unico mezzo di comunicazione è rappresentato dalla radio, che in questi giorni nessuno perde un attimo di vista.

L’allerta è alta, perché il lago glaciale Chaltec ha raggiunto il suo livello massimo e sta per rompere il fronte di ghiaccio che trattiene migliaia di metri cubi d’acqua. Nessuno sa quando la massa d’acqua invaderà la valle. Quel che è certo è che presto o tardi accadrà. Si tratta del gloff, un fenomeno che a causa del cambiamento climatico è in rapido aumento. Uno dei tanti elementi che nel progetto idroelettrico HidroAysén non è tenuto in adeguata considerazione.

Los Nadis si trova infatti nella cosiddetta zona di inondazione. L’intera valle si trasformerà in un bacino idrico se la diga Baker 2, una delle cinque previste dal progetto dell’italianissima Enel, vedrà la luce. In base alla legislazione cilena, la comunità è riconosciuta come “gruppo umano”, ovvero unita da relazioni familiari, economiche e sociali.

Per questo nel 2008 ha deciso di resistere collettivamente al progetto pretendendo, nel caso quest’ultimo fosse approvato, di essere ricollocata in blocco in una zona adeguata. Un’impresa impossibile secondo HidroAysén, perché ogni famiglia possiede qualche centinaia di ettari sui quali alleva pecore e vacche in maniera tradizionale.

Un’affermazione, quella della compagnia, difficile però da credere, tenuto conto che nella regione ricchi industriali stranieri e cileni continuano a comprare milioni di ettari di terra. HidroAysén ha quindi perseguito un rodata strategia vincente, ovvero quella del dividi et impera, con un’unica offerta a ribasso e distribuendo un questionario dove indicare se la priorità nel processo di reinsediamento sia la famiglia o la comunità. La risposta è retorica come la domanda, ma sufficiente a spingere ogni famiglia a negoziare individualmente, rompendo quelle relazioni comunitarie che caratterizzavano Los Nadis.

HidroAysén è diventato un argomento tabù, la giunta di vicinato non si riunisce più e Don Arturo, che ci racconta questa storia, parla a mala pena con la sorella, maggiormente disponibile a negoziare con l’impresa. Anche se il progetto scricchiola e sembra sempre più incerto, i primi segni irreversibili si stanno già materializzando.

Petizione Patagonia sin represas su AVAAZ.ORG

Riceviamo dalla campagna cilena Patagonia sin Represas e inoltriamo con preghiera di adesione e diffusione:

http://www.avaaz.org/es/petition/PATAGONIA_AYSEN_CHILE_SIN_REPRESAS/?fZShVbb&pv=0

Por qué es importante

LA REGION DE AYSEN CHILE ES UNA DE LAS MENOS CONTAMINADAS DEL PLANETA, SUS RÍOS CORREN LIBRES DESDE SU ORIGEN HASTA SU DESEMBOCADURA, SON RÍOS LIBRES EN PELIGRO DE EXTINCIÓN.
LAS CORPORACIONES, QUE SE HAN APROPIADO DE LAS AGUAS DE ESTOS RÍOS, QUIEREN REPRESARLOS PARA AUMENTAR EL POTENCIAL ENERGÉTICO DEL PAÍS DICIENDO QUE ES PARA LOS CIUDADANOS, CUANDO TODOS SABEMOS QUE SON LAS MINERAS LAS QUE NECESITAN MAS ENERGÍA.

Dighe in Patagonia, i dubbi della Colbun

Senza un sostegno molto forte ed efficace da parte del governo il progetto Hidroaysén rischia di non vedere mai la luce. Si possono interpretare più o meno così le dichiarazioni rilasciate negli ultimi giorni alla stampa cilena da Bernardo Larraìn Matte, il presidente della Colbun. Ovvero la compagnia che insieme alla spagnola Endesa, controllata dall’Enel, intende costruire cinque dighe nel cuore incontaminato e selvaggio della Patagonia. Per la realizzazione degli sbarramenti il consorzio costruttore ha già ottenuto i nulla osta ambientali dalle autorità competenti, confermati, seppure con una maggioranza risicata, l’aprile passato dalla Corte Suprema del Cile.

Ma il nodo più ingarbugliato da sciogliere è un altro: quello della mastodontica linea di trasmissione, sulla quale è appena iniziato l’iter della concessione dei permessi. I 2.750 megawatt di energia prodotta dalle dighe sui fiumi ancestrali Pascua a Baker dovranno percorrere ben 2.300 chilometri per giungere fino a Santiago del Cile, dove saranno poi smistati verso le miniere del Nord del Paese. Non a caso dei sette miliardi di dollari messi a bilancio per la realizzazione dell’intera opera, quattro serviranno per erigere i 6mila piloni alti 70 metri che attraverseranno nove regioni, 67 comuni e sei splendidi parchi nazionali, come quello di Laguna San Rafael. Non è difficile immaginare quali potrebbero essere le conseguenze sul territorio qualora dovesse materializzarsi questo immenso elemento accessorio agli impianti idroelettrici.

Sulla linea di trasmissione si stanno ora concentrando gli studi di impatto ambientale, di cui però Matte ha chiesto la sospensione denunciando “la mancanza di una politica chiara in materia da parte dello Stato”. L’azienda, ha aggiunto, “ha la convinzione che progetti della portata e della complessità di Hidroaysén necessitino di una politica energetica basata su un ampio consenso. Hidroaysén è partito nel 2006 e ora siamo nel 2012, il Cile è cambiato. Quello che resta da fare ora è un dibattito al livello nazionale”.

L’ampio consenso di cui parla Matte di fatto non c’è mai stato, almeno nel caso specifico delle dighe nella regione patagonica dell’Aysén. Gli ultimi sondaggi riferiscono di un’opposizione al progetto che su scala nazionale si attesta intorno al 70 per cento. Negli ultimi mesi le proteste si sono intensificate, tanto che è stata chiesta una consultazione referendaria sul progetto. Mentre l’Enel, come confermato anche durante la sua recente assemblea degli azionisti tenutasi a Roma, sembra intenzionata a tirare dritto, la Colbun è ormai consapevole che l’opposizione a un’opera bollata dalle associazioni cilene, italiane (www.patagoniasenzadighe.org) e internazionali come una pura e semplice follia rischia solo di espandersi a macchia d’olio, lì dove saranno coinvolte altre regioni del Paese latino-americano.

Per questa ragione serve una grossa mano dal governo guidato dal traballante presidente Sebastian Piñera, da mesi in evidente calo di gradimento e oggetto di crescenti proteste di piazza per le sue politiche ritenute inadeguate da una fetta sempre crescente della popolazione. Il ministro dell’Energia, Jorge Bunster, ha invece difeso a spada tratta la Strategia energetica nazionale, come era forse ovvio che facesse il titolare di un dicastero dove il “ricambio” ai vertici è altissimo e spesso i ministri non resistono neppure un anno. Appare chiaro, quindi, che almeno in questo ambito dei problemi molto seri ci siano, come ammesso dal vice-presidente della stessa Hidroaysén, Daniel Fernandez, che alla Reuters parlato dell’esistenza di una situazione di incertezza. Forse qualche speranza in più che Hidroaysén rimanga solo su un foglio di carta inizia sul serio a prendere corpo.

Patagonia senza dighe a Napoli il 2, a Bussoleno il 3 e a Genova il 4 maggio

 
 
 
 
 
 
 
 
  

nell’ambito della campagna nazionale contro il modello energetico dell’ENEL

mercoledì 2 maggio, ore 18,30

c/o Mani Tese, Piazza Cavour, Napoli (Metro Cavour)

SCI Napoli organizza:

STOP ENEL – PER UN NUOVO MODELLO ENERGETICO

I rappresentanti delle comunità impattate dai progetti ENEL in America Latina arrivano in Italia per far sentire le loro ragioni

 Il caso del Cile: acqua privatizzata, megaprogetti idroelettrici, ecosistemi e comunità locali a rischio

 interverranno:

 Victor Formantel Gallardo - Movimento Sociale dell’Aysèn (progetto Hydroaysen per la costruzione di cinque dighe nella Patagonia cilena)

 Jorge Eladio Hueche Catriqui-  comunità indigena Mapuche di Panguipulli

 x info e contatti: napoli@sci-italia.it, 3336907580

 www.sci-italia.it

stopenel.noblogs.org

 
GIOVEDI’ 3 MAGGIO, alle ore 19

presso l’Osteria La Credenza, V.Fontan 16, Bussoleno

L’ASSOCIAZIONE LISANGA’ CULTURE IN MOVIMENTO

presenta

Le lotte in America Latina contro lo strapotere dell’ENEL

Interverrano:

Conception Santay (Sindaco indigeno di San Juan Cotzal-Guatemala)

Jorge Weke (leader Mapuche – Cile)

Victor Formantel (Patagonia Cilena)

Caterina Amicucci del Coordinamento Nazionale per una Campagna contro le Politiche Energetiche dell’Enel

venerdì 4 maggio 2012, alle 18.00,
 
presso il Circolo Giardini Luzzati

PATAGONIA SENZA DIGHE – incontro a Genova con Victor Formantel Gallardo

Il consorzio HidroAysén, composto da ENEL e COLBUN, ha in progetto la costruzione di 5 mega dighe sul fiume Baker e Pascua, arterie pulsanti di uno degli ultimi angoli incontaminati del pianeta.
Il progetto prevede anche una linea di trasmissione di 2.300 km che attravers…erà l’intero paese per portare l’energia elettrica alle grandi multinazionali dell’estrazione mineraria. Il 32% dell’ENEL è ancora dello Stato italiano.
La campagna Patagonia Senza Dighe raccoglie lo spirito e la forza che uniscono le comunità impattate che nel mondo si oppongono alla devastazione dei territori, per fermare grandi opere inutili e costose auspicando un modello di sviluppo basato sul rispetto delle persone e dell’ambiente.

 

Con Victor Formantel Gallardo rappresentante della campagna cilena Patagonia sin Represas.

Dalle ore 18.00 dibattito, aperitivo, proiezione di filmati e musica.

Per ulteriori informazioni www.patagoniasenzadighe.org

Cile: la mano canadese spunta dietro il progetto Hidroaysén

di Alfredo D’Alessandro, Meridiani Relazioni Internazionali

Il premier canadese Stephen Harper, durante un tour in America Latina nel 2007, definiva il continente sudamericano come nuovo centro di interesse della politica estera di Ottawa. In realtà, la “nuova” scoperta delle Americhe da parte del Canada si presentava come una naturale estensione di una politica di investimenti che aveva avuto inizio già negli anni ’90. E che aveva l’obiettivo di invertire la tendenza a una certa marginalità storica che il Paese aveva nei confronti degli Stati Uniti in questa regione.

In Cile multinazionali come Barrick Gold, Goldcorp e Kinross hanno progressivamente messo le mani sui ricchissimi giacimenti minerari del nord del Paese, in regioni come Atacama o Coquimbo. Lo sviluppo impressionante di questo settore ha fatto si che in pochi anni queste società diventassero operatori dominanti nell’attività estrattiva di materie prime come l’oro.

Un interessante studio del Council of Canadians evidenzia proprio lo stretto intreccio tra industria mineraria canadese e politica ambientale cilena, mettendo in risalto i grandi interessi canadesi dietro la realizzazione del famigerato progetto Hidroaysèn: un imponente complesso di dighe costruite su dodici fiumi della Patagonia cilena per la generazione di energia idroelettrica. I lavori, secondo il progetto iniziale, dovrebbero avere inizio nel 2014 per essere completati nel 2025.

La regione meridionale di Aysèn – dove dovrebbero essere realizzate le infrastrutture – ha visto finora un’espansione delle industrie minerarie e forestali molto più lenta di quanto è stato il ritmo dello sviluppo su larga scala che si è avuto nel Cile centro-settentrionale. La crescente domanda di energia elettrica proviene soprattutto dal settore minerario, quello cioè a più rapida espansione nel nord del Paese e nel quale le multinazionali canadesi sono dominanti a livello mondiale. A partire dagli anni ’90, gli investimenti canadesi in Cile sono quasi triplicati, raggiungendo gli 8,3 miliardi di dollari nel 2009 e concentrandosi appunto nel settore minerario, elettrico ed idrico.

La Transelec, detentrice dell’89% delle linee elettriche a 220 kV e del 94% di quelle a 154 kV in territorio cileno, è un consorzio canadese partecipato da giganti come la Brookfield Asset Management, col supporto del Canada Pension Plan Investment Board e del British Columbia Investment Management Corporation, nonché di una parte di investitori pubblici. In parole povere importanti fondi privati, tra i quali anche un fondo pensione, partecipano con propri capitali nelle società minerarie canadesi impegnate in Cile.

Infine, un ruolo fondamentale nell’intreccio d’interessi tra i due Paesi è giocato dalla Export Development Canada (EDC), finanziaria punto di riferimento per l’export canadese in America Latina. La EDC presta denaro a circa 300 aziende esportatrici canadesi e non solo. Ha costantemente fornito prestiti anche alla Codelco, società statale cilena di estrazione del rame, per l’acquisto di beni e servizi canadesi, e ha quadruplicato il suo giro d’affari nell’ultimo decennio.

Questo spiega il grande interesse mostrato dall’industria canadese per lo sviluppo idroelettrico della Patagonia. Il progetto Hidroaysèn consentirebbe di produrre una straordinaria quantità di energia per il funzionamento delle miniere, che risulta ancora più rilevante se si considera che il settore energetico cileno è fortemente condizionato dalla scarsità di combustibili fossili per i quali il Cile dipende dalle importazioni.

Il sistema di Aysèn rappresentava nel 2010 appena lo 0,7% della produzione elettrica nazionale. Ciò è dovuto alla grande distanza tra la Patagonia e i grandi centri di consumo settentrionali che non possono essere riforniti in mancanza di un’adeguata rete di trasmissione. Il progetto Hidroaysèn vorrebbe colmare proprio questa lacuna, prevedendo in una prima fase la costruzione di cinque dighe sui fiumi Baker e Pascua che sommano 2.750 MW di capacità di generazione, pari al 18% della capacità totale installata in Cile.

L’altra sfida che attenderà gli ideatori del progetto è la costruzione di una rete di canalizzazione che da Aysèn percorra 2.000 km fino alle regioni del nord. Questa indispensabile infrastruttura, secondo lo studio del Council, richiederebbe un investimento di circa 3,8 miliardi di dollari, ma avrebbe anche un altro prezzo da pagare.

I danni ambientali ed economici previsti sono  notevoli. L’inondazione che si potrebbe verificare di migliaia di ettari di terreno comporterebbe l’irreparabile danneggiamento del delicato ecosistema della zona, che presenta una notevole biodiversità. La zona tra i fiumi Baker e Pascua fa parte infatti dell’Area de Consevaciòn de la Cultura y el Ambiente della Patagonia, un progetto che ha l’appoggio non solo del governo regionale ma anche dell’Unione Europea.

Un’altra conseguenza rilevante sarà l’espropriazione, già in atto, di terre delle popolazioni locali, tra le quali si annoverano alcune comunità mapuche, in tal modo limitate o impossibilitate a svolgere attività di sostentamento tradizionali come allevamento e agricoltura. Per non parlare della potenziale scomparsa dell’insediamento abitativo di Cochrane, il terzo per dimensioni della Patagonia.

Anche il turismo locale risulterebbe danneggiato dal progetto, in special modo la Zona Nazionale d’Interesse Turistico del Lago General Carrera, la Zona Tipica della Caleta Tortel e la Isla de Los Muertos, tutte aree situate nei pressi del fiume Baker. Studi recenti hanno inoltre dimostrato che la costruzione di dighe favorisce il verificarsi di sismi indotti, soprattutto in Paesi ad alta densità sismica come il Cile, Paese situato sulla seconda faglia più attiva del mondo.

Il settore energetico del Cile è stato completamente privatizzato. La ley General de Servicios Electricos del 1982, approvata sotto il regime di Pinochet, ha posto le basi per la vendita delle infrastrutture e il passaggio ai privati della pianificazione e gestione di impianti e reti di trasmissione.

Sempre sotto la dittatura è iniziato lo smantellamento di Endesa, ente nazionale di energia elettrica, la cui vendita definitiva è stata completata nei primi anni ’90. Trasformata in società, dopo il passaggio di proprietà in mano spagnola nel ’99, Endesa è passata definitivamente sotto il controllo dell’italiana nel 2007.

Il progetto Hidroaysèn porterà proprio la firma di Endesa, il più grande gestore di energia elettrica nazionale con il 37% di capacità di generazione, e di Colbùn, altra società privata che detiene il 17%. Insieme i due colossi controllano quindi oltre la metà del mercato dell’energia elettrica cilena, il 65% se si considera il solo SIC. Se si aggiunge anche la società statunitense AES Gener, la percentuale considerata supera l’80%, configurandosi così una concentrazione unica al mondo nel mercato energetico.

Nonostante le manifestazioni di protesta giunte fino all’ambasciata italiana a Santiago, l’amministratore delegato di Enel Fulvio Conti ha confermato l’impegno del colosso italiano nel progetto. Ed è facile capirne la ragione: il ritorno economico previsto per Endesa & Co, a fronte di un investimento di circa 7 miliardi di dollari, prevede ricavi derivanti dal funzionamento delle centrali idroelettriche che potrebbero superare il miliardo e mezzo di dollari annui.

L’ALTA CORTE DEL CILE A FAVORE DELLE DIGHE IN PATAGONIA

L’ALTA CORTE DEL CILE A FAVORE DELLE DIGHE IN PATAGONIA

Confermando una sentenza emessa a ottobre dalla Corte d’appello di Puerto Montt, la Corte Suprema del Cile ha respinto i ricorsi presentati da organizzazioni ambientaliste insieme al senatore Antonio Horvath contro la costruzione di cinque mega-dighe nella Patagonia cilena. Il progetto HydroAysén dal 2007 deve fare i conti con la ferrea opposizione della popolazione dell’Aysén (1600 km a sud di Santiago), protagonista di una massiccia mobilitazione che si è estesa al Cile intero e ha visto scendere in piazza negli ultimi anni decine di migliaia di cittadini.

Fa però scalpore come il verdetto sia giunto per un margine quanto mai ridotto. Due dei cinque giudici, infatti, hanno votato a favore dei ricorsi.

La decisione dell’alto corte ratifica il parere positivo dato a HydroAysén dalla Commissione dell’ambiente dell’Aysén (Corema) e dà così un primo via libera al progetto promosso da un consorzio in cui è coinvolta l’italiana Enel attraverso la sua controllata Endesa, insieme alla Colbún, di proprietà della potente famiglia Matte, che comporterà, tra l’altro, l’inondazione di 5600 ettari di un raro ecosistema forestale, con gravi impatti socio-ambientali e conseguenze rovinose per l’agricoltura.

Il progetto include la realizzazione di una linea di trasmissione lunga 2300 km e larga 100 metri, composta da 6000 torri alte 70 metri che attraverserà nove regioni, sei parchi nazionali e 67 comuni per portare l’energia idroelettrica prodotta al distretto minerario nel nord del Paese. Questa seconda parte dell’opera non ha ancora ricevuto un’approvazione formale dalle autorità competenti e non è da escludere che senza una decisione in proposito l’inizio dei lavori sarà rinviato.

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