DIARIO DALLA PATAGONIA 2 – VILLA O’ HIGGINS

DIARIO DALLA PATAGONIA 2 – VILLA O’ HIGGINS

[di Caterina Amicucci]

Villa O’ Higgins è un piccolo paese di 500 abitanti alla fine della Carrettera Austral. Sebbene il Cile continui più a sud nella regione dello stretto di Magellano, la barriera naturale del massiccio di Torres del Paines interrompe la continuità territoriale. Si può aggirare via mare, con l’aereo o percorrendo un’impervia via che scavalca montagne, laghi e fiumi. Una meta molto popolare fra i pochi turisti, soprattutto ciclisti, che lì si incontrano durante la stagione estiva.

Nonostante l’isolamento, questo piccolo centro concepito come bastione di confine con l’Argentina ha visto negli ultimi anni la nascita di un eclettico gruppo di attivisti. L’associazione “Rio Pascua” rappresenta il “distaccamento” locale della campagna cilena “Patagonia senza dighe”, gestisce una radio e organizza numerose attività di informazione e sensibilizzazione della popolazione locale.

Sul fiume Pascua dovrebbero infatti sorgere due delle cinque dighe previste nel progetto HydroAisèn. Si tratta di un fiume ancora oggi quasi inaccessibile, lungo il quale si trovano alcuni dei pochissimi boschi primari sopravvissuti agli incendi del secolo scorso appiccati con il benestare del governo per convertire l’intero territorio dell’Aisèn in pascolo.

In questi giorni anche in questo ultimo lembo di terra si parla molto dell’anniversario del movimento sociale “Mi problema es tu problema” che lo scorso anno ha paralizzato l’intera regione avanzando richieste molto concrete al governo. Proprio a Villa O’Higgins gli attivisti sono saliti alle cronache per aver bloccato l’aereo privato di Alejandro Luksic, esponente di una delle tre famiglie che si dividono la quasi totalità della ricchezza del paese.

Gli attivisti hanno occupato per ore la piccola pista aeroportuale con auto e camionette. Luksic in questo territorio ha comprato 37 mila ettari di terra, parte della quale dallo stato. Una superficie equivalente a quasi un terzo dell’intero territorio comunale. La motivazione ufficiale è quella della conservazione ambientale ma nessuno da queste parti è disposto a crederci, visto che non si tratta di un’associazione filantropica, ma di uno dei principali gruppi industriali del paese molto attivo nel settore minerario. Tuttavia il piccolo gruppo di attivisti di questo estremo angolo del mondo è determinato a preservare il proprio territorio. Anche alla fine della Carrettera Austral “sarà dura”.

La Campagna Italiana in visita in Patagonia

DIARIO DALLA PATAGONIA 1 – COCHRANE

[di Caterina Amicucci]

Los Nadis è una piccola comunità, composta da otto famiglie, che vive lungo il fiume Baker, in una valle ai piedi di uno dei ghiacciai più grandi del mondo, il Campo di Hielo Norte. Un luogo isolato, a ben due ore dalla cittadina di Cochrane, situato nella Patagonia cilena settentrionale. Lì l’unico mezzo di comunicazione è rappresentato dalla radio, che in questi giorni nessuno perde un attimo di vista.

L’allerta è alta, perché il lago glaciale Chaltec ha raggiunto il suo livello massimo e sta per rompere il fronte di ghiaccio che trattiene migliaia di metri cubi d’acqua. Nessuno sa quando la massa d’acqua invaderà la valle. Quel che è certo è che presto o tardi accadrà. Si tratta del gloff, un fenomeno che a causa del cambiamento climatico è in rapido aumento. Uno dei tanti elementi che nel progetto idroelettrico HidroAysén non è tenuto in adeguata considerazione.

Los Nadis si trova infatti nella cosiddetta zona di inondazione. L’intera valle si trasformerà in un bacino idrico se la diga Baker 2, una delle cinque previste dal progetto dell’italianissima Enel, vedrà la luce. In base alla legislazione cilena, la comunità è riconosciuta come “gruppo umano”, ovvero unita da relazioni familiari, economiche e sociali.

Per questo nel 2008 ha deciso di resistere collettivamente al progetto pretendendo, nel caso quest’ultimo fosse approvato, di essere ricollocata in blocco in una zona adeguata. Un’impresa impossibile secondo HidroAysén, perché ogni famiglia possiede qualche centinaia di ettari sui quali alleva pecore e vacche in maniera tradizionale.

Un’affermazione, quella della compagnia, difficile però da credere, tenuto conto che nella regione ricchi industriali stranieri e cileni continuano a comprare milioni di ettari di terra. HidroAysén ha quindi perseguito un rodata strategia vincente, ovvero quella del dividi et impera, con un’unica offerta a ribasso e distribuendo un questionario dove indicare se la priorità nel processo di reinsediamento sia la famiglia o la comunità. La risposta è retorica come la domanda, ma sufficiente a spingere ogni famiglia a negoziare individualmente, rompendo quelle relazioni comunitarie che caratterizzavano Los Nadis.

HidroAysén è diventato un argomento tabù, la giunta di vicinato non si riunisce più e Don Arturo, che ci racconta questa storia, parla a mala pena con la sorella, maggiormente disponibile a negoziare con l’impresa. Anche se il progetto scricchiola e sembra sempre più incerto, i primi segni irreversibili si stanno già materializzando.