Dighe in Patagonia, i dubbi della Colbun

Senza un sostegno molto forte ed efficace da parte del governo il progetto Hidroaysén rischia di non vedere mai la luce. Si possono interpretare più o meno così le dichiarazioni rilasciate negli ultimi giorni alla stampa cilena da Bernardo Larraìn Matte, il presidente della Colbun. Ovvero la compagnia che insieme alla spagnola Endesa, controllata dall’Enel, intende costruire cinque dighe nel cuore incontaminato e selvaggio della Patagonia. Per la realizzazione degli sbarramenti il consorzio costruttore ha già ottenuto i nulla osta ambientali dalle autorità competenti, confermati, seppure con una maggioranza risicata, l’aprile passato dalla Corte Suprema del Cile.

Ma il nodo più ingarbugliato da sciogliere è un altro: quello della mastodontica linea di trasmissione, sulla quale è appena iniziato l’iter della concessione dei permessi. I 2.750 megawatt di energia prodotta dalle dighe sui fiumi ancestrali Pascua a Baker dovranno percorrere ben 2.300 chilometri per giungere fino a Santiago del Cile, dove saranno poi smistati verso le miniere del Nord del Paese. Non a caso dei sette miliardi di dollari messi a bilancio per la realizzazione dell’intera opera, quattro serviranno per erigere i 6mila piloni alti 70 metri che attraverseranno nove regioni, 67 comuni e sei splendidi parchi nazionali, come quello di Laguna San Rafael. Non è difficile immaginare quali potrebbero essere le conseguenze sul territorio qualora dovesse materializzarsi questo immenso elemento accessorio agli impianti idroelettrici.

Sulla linea di trasmissione si stanno ora concentrando gli studi di impatto ambientale, di cui però Matte ha chiesto la sospensione denunciando “la mancanza di una politica chiara in materia da parte dello Stato”. L’azienda, ha aggiunto, “ha la convinzione che progetti della portata e della complessità di Hidroaysén necessitino di una politica energetica basata su un ampio consenso. Hidroaysén è partito nel 2006 e ora siamo nel 2012, il Cile è cambiato. Quello che resta da fare ora è un dibattito al livello nazionale”.

L’ampio consenso di cui parla Matte di fatto non c’è mai stato, almeno nel caso specifico delle dighe nella regione patagonica dell’Aysén. Gli ultimi sondaggi riferiscono di un’opposizione al progetto che su scala nazionale si attesta intorno al 70 per cento. Negli ultimi mesi le proteste si sono intensificate, tanto che è stata chiesta una consultazione referendaria sul progetto. Mentre l’Enel, come confermato anche durante la sua recente assemblea degli azionisti tenutasi a Roma, sembra intenzionata a tirare dritto, la Colbun è ormai consapevole che l’opposizione a un’opera bollata dalle associazioni cilene, italiane (www.patagoniasenzadighe.org) e internazionali come una pura e semplice follia rischia solo di espandersi a macchia d’olio, lì dove saranno coinvolte altre regioni del Paese latino-americano.

Per questa ragione serve una grossa mano dal governo guidato dal traballante presidente Sebastian Piñera, da mesi in evidente calo di gradimento e oggetto di crescenti proteste di piazza per le sue politiche ritenute inadeguate da una fetta sempre crescente della popolazione. Il ministro dell’Energia, Jorge Bunster, ha invece difeso a spada tratta la Strategia energetica nazionale, come era forse ovvio che facesse il titolare di un dicastero dove il “ricambio” ai vertici è altissimo e spesso i ministri non resistono neppure un anno. Appare chiaro, quindi, che almeno in questo ambito dei problemi molto seri ci siano, come ammesso dal vice-presidente della stessa Hidroaysén, Daniel Fernandez, che alla Reuters parlato dell’esistenza di una situazione di incertezza. Forse qualche speranza in più che Hidroaysén rimanga solo su un foglio di carta inizia sul serio a prendere corpo.

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