Perchè diciamo NO

HidroAysén è un progetto anacronistico, distruttivo non necessario ed impopolare.

Uno studio condotto nel 2009 da esperti del settore energetico dell’Università di Santiago[1],  dimostra chiaramente come il progetto HidroAysén non sia una necessità.  Secondo le stime della Commissione Nazionale  sull’Energia il fabbisogno energetico del Cile nel 2025 sarà pari a 22.736 MW. In Cile ci sono 4 reti elettriche di distribuzione, lo studio si sofferma sul Sistema di Interconnessione Centrale (SIC) che attualmente serve il 92,5% della popolazione. La capacità di generazione del SIC è attualmente pari a 9.118 MW.

Lo studio esamina tutti i progetti di generazione già approvati dalle agenzie governative calcolando che essi immetteranno nelle rete elettrica centrale ulteriori 13.962 MW. A questi  si  aggiungono altri progetti già in fase di valutazione ambientale che porteranno  la capacità di generazione elettrica nazionale a 23.080 MW, un potenziale addirittura maggiore delle stime della Commissione. Ma non è tutto. Queste proiezioni non tengono conto dei nuovi investimenti nel campo dell’ energia rinnovabile non convenzionale, che potrebbero aumentare la capacità di generazione fino a 4565 MW.

Ma allora a chi serve veramente il progetto HidroAysén?

La storia del progetto HidroAysén ne ricorda tante altre. In America Latina, così come in Asia ed in Africa il mito delle grandi infrastrutture ha attraversato, fra alti e bassi la storia dal secondo dopo guerra ad oggi. Un mito profondamente legato alla modello energetico centralizzato ancora oggi alacremente perseguito dalla maggior parte dei governi.

Sulle grandi dighe le compagnie occidentali hanno tratto enormi profitti, e continuano a farlo, molto spesso con l’aiuto dei contributi pubblici destinati allo sviluppo.

Progetti che piacciono alle élite politiche locali di paesi non sempre democratici per l’intrinseca caratteristica di concentrare grossi capitali dai quali ricavare facilmente qualche privilegio individuale.  Non bisogna sottovalutare l’influenza che le grandi società occidentali hanno  nell’orientare le scelte concrete dei governi di paesi con istituzioni deboli.   Oggi  le tecnologie centralizzate sono indissolubilmente connesse alle politiche di dominio attuate dalle élite al potere: tecnocrati, aristocrazie urbane e grandi imprese locali e internazionali nel nord e del sud del mondo si arricchiscono su questi progetti scaricando i costi ambientali e sociali sui gruppi più deboli.

Produrre energia in luoghi scarsamente popolati,  dove risiedono comunità storicamente marginalizzate perché lontane dai centri economici nazionali, perché legate a tradizioni antiche, perché minoranze linguistiche oppure perché indigene. Luoghi considerati “disabitati” dal potere politico ed economico.

Luoghi che non si uniformano, non si alienano al modello dominante, e per questo sono invisibili, non esistono.

In questi luoghi si pianifica lo sfruttamento ambientale, sociale, culturale per esportare il prodotto finito altrove, nel cuore del potere economico e politico del nord e del sud del mondo.  In questi luoghi si devasta per produrre energia e trasportarla a migliaia di chilometri di distanza.   La Patagonia cilena è uno di questi luoghi.

Scarsamente popolata  vive ancora di allevamento ed ha cercato negli ultimi anni di costruire un’economia basata sull’eco-turismo.  Le cinque dighe nella Patagonia cilena alimenteranno le miniere di rame a nord di Santiago. Nessuna delle 9 regioni impattate dal progetto beneficerà dell’elettricità prodotta. Il misero baratto proposto dal consorzio HidroAysén è uno sconto sulla bolletta energetica.


[1] [1]” ¿Se necesitan represas en la Patagonia? Un análisis del futuro energético chileno”, Stephen F. Hall & associati,  Roberto Román, Felipe Cuevas, Pablo Sánchez, Università del Cile, giugno 2009